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L’eco dell’ultimo rintocco stava lentamente svanendo lungo il corridoio mentre il vecchio pendolo continuava ad oscillare prima a sinistra e poi a destra come un metronomo capovolto.
L’aria che entrava dalla grande finestra del soggiorno era stranamente piacevole per essere ottobre inoltrato ma il tempo sarebbe peggiorato a breve.
Pochi istanti dopo il piccolo sportello basculante sul portone venne attraversato di corsa da Ulrico con il pelo pieno di neve appallottolata che ad ogni suo passo cadeva sull’antico pavimento in marmettoni che ancora non si era deciso a far lucidare.
“Ti sei fatto ingannare da quel caldo tepore che c’era all’ora di pranzo eh? Dai vieni qua che ti asciugo!”
Quelle furono le ultime parole che uscirono dalla sua bocca. In un attimo Ulrico si scagliò sull’anziano proprietario senza alcuna ragione apparente cominciando a graffiargli prima le gambe, poi le braccia e infine spalancò le fauci per afferrare ciò che bramava da ormai quindici secondi; dopo due, tre, cinque violenti strattoni la lingua cedette e Ulrico si allontanò tenendola stretta in bocca fino a quando si acciambellò vicino al focolare ancora acceso.
Mentre la vita abbandonava il corpo del povero Aldemaro, a piccoli bocconi, la inghiottì e poi, incuriosito, iniziò a guardare la sua ombra danzare sulla parete come se avesse vita propria.
Quando il giorno dopo il postino suonò alla porta si sentì rispondere “Dino entra pure, è aperto!”
Così aprì la porta e mentre attraversava il corridoio prese dalla grande borsa marrone le due lettere che doveva consegnare.
“Sono di qua in soggiorno vieni pure avanti!”
Le ante della porta all’inglese laccata di bianco erano appena socchiuse così ne spinse una per poter entrare. E poi lo vide. Seduto sulla poltrona con la bocca spalancata piena di sangue rappreso c’era il corpo senza vita del suo amico Aldemaro, gli occhi leggermente velati che fissavano qualcosa accanto al camino. Dino si voltò e vide quel piccolo, innocente micetto. Ulrico, con i suoi stupendi occhi gialli che contrastavano in maniera stupefacente con il lungo pelo nero, stava ricambiando il suo sguardo. Poi improvvisamente aprì la bocca e con una voce troppo somigliante a quella del povero Aldemaro disse: «Mi dispiace Dino ma adesso tocca te!»

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