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Stefano era un arzillo signore di mezza età con degli splendidi capelli rossi tendenti all’arancione che ben celavano i sempre più numerosi esemplari bianchi che iniziavano a prendere possesso del cuoi capelluto. La casa che stava costruendo dopo anni di sacrifici sorgeva sulla cime di una collina non lontano dalla Valle Selvatica. Stava passeggiando nei pressi del cantiere fiutando l’aria che cominciava a profumare di primavera mentre osservava le  prime rondini arrivate la sera prima. Altre compagne avrebbero raggiunto la Scogliera di Balucano per nidificare, ma non era ancora il momento.
Ad un tratto si fermò ad guardare le armature: sapeva bene che non gli sarebbe rimasto ancora molto tempo da passare insieme all’FeB 44k di spessore variabile da 8 a 16 mm. Quel pomeriggio sarebbe stato l’ultimo in cui avrebbe potuto osservarne la superficie rugosa, la perfezione delle legature e, soprattutto, la ruggine. Era sempre stato affascinato da quel sottile velo arancione che si formava sui metalli esposti ad agenti ossidanti. Da bambino aveva completamente sverniciato l’auto di suo padre durante una giornata caratterizzata da forti precipitazioni solo per poter vedere quelle splendide sfumature arancione che si formavano impietosamente su tutta la carrozzeria. Suo padre aveva sempre creduto che la totale perdita di vernice della sua auto fosse stato un casuale incidente dovuto ad una tremenda sfortuna. Già, quanti bei momenti passati in compagnia della ruggine. Gli altri bambini giocavano sempre a pallone nel piazzale delle scuole, lui invece sapeva divertirsi solamente osservando e toccando la ruggine, confrontandosi con essa, sfidando il tetano in una continua lotta per la sopravvivenza.
D’un tratto il brutale rumore del turbocompressore Iveco dell’autobotte lo riportò tristemente alla realtà. Il lungo tubo snodato veniva sollevato e si andava posizionando a pochi centimetri dal trave di colmo. Per un attimo un’esitazione si fece largo nella sua mente trascinando con sé un’idea folle e disperata: e se lasciassi perdere? Se lasciassi che quello splendido metallo ossidato possa ancora respirare e non essere soffocato per sempre dal calcestruzzo? Sapeva bene che era una follia, il calcestruzzo era fondamentale affinché l’opera fosse realizzata secondo i rigidi dettami delle vigenti normative e del buon senso. Il tubo era ormai a pochi centimetri ed in lontananza già si sentiva gorgogliare l’impasto di cemento, sabbia ed acqua spinto dalla pompa collegata alla presa di potenza dell’autobotte. Era giunto il momento del triste commiato, dell’ultimo saluto che avrebbe tolto alla sua vita ogni opportunità di gioia e di soddisfazione. Un’ultima carezza, il palmo della mano che si macchiava di arancione, una lacrima che solcava il viso e poi la fine, il buio, la disperazione.

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