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Anche quella notte, come tutte le notti da un mese a quella parte, non era praticamente riuscito a chiudere gli occhi. I fantasmi della sua mente, dalla consistenza solo all’apparenza diafana ma terribilmente fisici e reali, ormai non gli consentivano più di condurre una vita normale. Il terrore lo attanagliava ogni volta che l’oscurità della sera si posava sul mondo,come una coperta di ovatta, azzerando i suoni ei rumori del giorno che in un certo qual modo tenevano lontani quei pensieri. Aveva cercato di anticipare sempre più il momento della cena, cercando di adattarsi alla luce esterna ma in inverno, quando alle diciassette le ombre se n’erano andate già da un pezzo, non poteva fare altrimenti. Era costretto a farlo, doveva necessariamente entrare nella cucina solo dopo aver accesso il vecchio lampadario con le braccia di ottone che con la sua luce giallastra  avrebbe illuminato e dato vita a quegli strani pomelli.  occhiSi era sempre chiesto perché i suoi genitori non avessero scelto dei mobili con maniglie invece che con quei dannati occhi metallici, che non smettevano mai di osservarlo qualsiasi cosa facesse e in qualsiasi punto della stanza provasse a spostarsi per sfuggire al loro sguardo. Ogni volta gli sembrava di tornare indietro nel tempo, a quel giorno della gita di classe al Castello di Rocca Borgnano, quando, dopo esser rimasto solo nella stanza dei ritratti, ebbe il suo primo attacco epilettico. Da quella volta ogni cosa che potesse somigliare ad un bulbo oculare lo terrorizzava o, nel peggiore dei casi, gli provocava nuove e violente crisi. Il suo psichiatra aveva cercato di convincerlo che si trattava semplicemente di pareidolie ma lui sapeva bene che non era così. Gli occhi di quella dannata cucina erano reali. Decise di provare a distrarsi così, dopo aver aperto lo sportello del frigorifero ed essersi preparato una fetta di pane e marmellata, appoggiò la mano per richiuderlo ma avvertì  sulla pelle una consistenza molliccia. Si guardò il palmo della mano pensando di essersi sporcato con la confettura di albicocche, ma invece era perfettamente pulita. Così osservò il pomello e notò che la parte terminale era stranamente umida, proprio come una pupilla. Una pupilla che lo stava fissando. Scattò immediatamente all’indietro appoggiandosi alla penisola con il respiro che cominciava a farsi affannoso. Iniziò a voltarsi lentamente verso la porta, ma la traiettoria percorsa dal suo sguardo incontrò gli altri e capì che ormai per lui non c’era più scampo. Altre otto coppie di occhi, che emergevano dalle ante degli sportelli, lo stavano fissando  paralizzando ogni muscolo del suo corpo ad eccezione del cuore che stava quasi cercando di uscirgli dal petto. L’ultima cosa che riuscì a vedere fu il piccolo pagliaccio di porcellana sulla mensola di palissandro voltarsi verso di lui   e pronunciare quelle parole senza nemmeno muovere le labbra coperte di smalto rosso: “Sono il barone Alibrando di Borgnano e adesso anche i tuoi occhi diventeranno miei “.

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