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Ataulfo si era svegliato prestissimo quella mattina, il cielo era ancora quasi completamente buio e la luce dell’infinito filtrava da quei misteriosi, piccoli e disordinati forellini.
Il gorgoglio dell’acqua all’interno del pentolino smaltato richiamò la sua attenzione quindi abassò la fiamma e sfilò con un fruscio quasi impercettibile la bustina del the Earl Gray dalla scatoletta di cartone. Non si era mai chiesto come mai la sua mano andasse a pescare sempre una di quelle nel mezzo e mai quella in cima o quella in fondo. Quella mattina invece non riusciva a pensare ad altro e così, mentre la sedia con seduta in paglia scricchiolava sotto il suo peso, rimase ad osservare la scatola con il rassicurante aroma del bergamotto che nel frattempo si impossessava delle sue narici.
Versò l’acqua nel bicchiere che da subito iniziò a colorarsi di un arancione sempre più brillante. Ma Ataulfo non ci fece nemmeno caso. Si rigirava il cucchiaino tra le mani osservando i riflessi del lampadario e pensando a come fare per sistemare tutto prima che arrivasse sua suocera. Avrebbe potuto dirle che per quella mattina ci avrebbe pensato lui a portare Filippo a scuola prima di andare al lavoro, ma avrebbe semplicemente rimandato il problema perché poi, come tutti i giorni, lei sarebbe andata a riprenderlo per l’ora di pranzo.
Mentre aggiungeva i due cucchiaini  nel bicchiere decise che l’avrebbe fatta entrare e le avrebbe offerto del the con un paio dei suoi biscotti preferiti.
In quel istante suonò il campanello così, con calma,  prese il sacchetto di veleno per topi e andò ad appoggiarlo in bagno, accanto ai corpi di sua moglie e del piccolo Filippo.
Poi mentre si incamminava verso la porta di ingresso  cominciò a ripetere a se stesso quasi come fosse un mantra: “Andrà tutto bene, andrà tutto bene”

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